LA SELETTIVITÀ ALIMENTARE: ALCUNE PRIME CONSIDERAZIONI
L’alimentazione è un aspetto fondamentale per la vita di ognuno di noi; è un bisogno pri-mario legato alla sopravvivenza, inoltre il cibo rappresenta una parte molto importante nella comunità sociale. Quando si parla di alimentazione non si deve infatti pensare esclu-sivamente alla nutrizione. Diversi autori (Lynch & Hanson, 1992; Suarez et al, 2013; Murphy & Budd, 1993) hanno sottolineato l’importanza sociale dell’alimentazione per quanto ri-guarda la preparazione dei pasti, la condivisione del pranzo come momento di convivialità, il cibo come conforto, come espressione di affetto e come condivisione in occasione di feste ed eventi sociali.

Per molti bambini con autismo l’alimentazione è un aspetto complesso, che ha un grande impatto anche sui caregiver. La letteratura scientifica evidenzia come la selettività alimen-tare sia un problema abbastanza comune in bambini con questa diagnosi (Ahearn, Castine, Nault, & Green, 2001; Bandini et al. 2010; Ledford & Gast, 2006; Shreck & Williams 2006; Shreck, Williams, & Smith 2004; Suarez, Nelson, & Curtis 2013; Volkert & Vaz, 2010) che può provocare molte complicazioni dal punto di vista nutrizionale. La selettività alimentare può riguardare diversi aspetti del cibo: il sapore, il colore, la temperatura, la consistenza e il luogo in cui viene presentato il cibo (Curtin et al, 2015).

Molti bambini con diagnosi di autismo mostrano difficoltà ad accettare alcune tipologie di cibi e in alcuni casi rifiutano di assaggiare, toccare, guardare alcuni alimenti. In alcune oc-casioni i bambini rifiutano l’intera routine legata ai momenti del pranzo/cena e quindi – ad esempio – non entrano in cucina, non si siedono al tavolo. In generale, per i bambini che mostrano queste difficoltà, il momento del pranzo/cena, le routine e  le occasioni sociali legate all’alimentazione possono diventare avversive.

Le difficoltà legate all’alimentazione coinvolgono direttamente i caregiver che ogni gior-no, più volte al giorno, devono affrontare paure e preoccupazioni legate allo stato di salu-te del bambino e situazioni conflittuali (ad esempio, per convincere il bambino ad assag-giare un cibo). Spesso il momento dei pasti per il bambino e per tutta la famiglia diventa quindi altamente avversivo (Lynch & Hanson, 1992; Suarez et al, 2013; Werle, Murphy, & Budd, 1993).

La letteratura scientifica degli ultimi anni sottolinea l’importanza di lavorare in modo speci-fico per progettare un intervento di educazione alimentare che coinvolga tutti i contesti significativi per il bambino a partire dalla quotidianità a casa.

L’educazione alimentare comprende le routine che riguardano la preparazione del mo-mento del pasto (preparare la tavola, aiutare nella preparazione del piatto …) e la possibili-tà di entrare in contatto con diverse tipologie di cibo attraverso i cinque sensi.

Prima di iniziare un qualsiasi programma di educazione alimentare è fondamentale aver completato una fase di valutazione dal punto di vista medico (pediatra, gastroenterolo-go…), per escludere la presenza di aspetti organici che possono in qualche modo interfe-rire con la corretta alimentazione.

Qualora le analisi mediche evidenzino la presenza di problemi organici è importante ini-ziare il programma di educazione alimentare in stretta collaborazione con i medici.

L’obiettivo generale di un programma di alimentazione alimentare dovrebbe essere quel-lo di promuovere il piacere di assaggiare nuovi cibi e condividere con la famiglia i momen-ti legati all’alimentazione, attraverso esempi generalizzati di gioia e serenità durante i pa-sti. Il programma di Shahla Ala’i Rosales e colleghi si muove proprio in questa direzione, proponendo un programma di educazione alimentare basato esclusivamente su procedu-re proattive  e non intrusive (“opportunità felici” e shaping) che coinvolgono il bambino, gli operatori e i caregiver.

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